In passato l’ozio era al centro della riflessione dell’uomo, anzi era lo spazio stesso della sua riflessione ¬in un certo senso legato al suo destino al suo dover¬essere: esso era una delle strade che portavano alla conoscenza
Ma non sempre è stato così. In passato l’ozio era al centro della riflessione dell’uomo, anzi era lo spazio stesso della sua riflessione ¬in un certo senso legato al suo destino al suo dover¬essere: esso era una delle strade che portavano alla conoscenza. Intorno al IV secolo a.C., Atene era una città di circa 30.000 abitanti e nella quale, nel giro di un centinaio d’anni nacquero le più grandi menti che il genere umano abbia mai conosciuto: Anassagora, Eschilo, Sofocle, Pericle, Erodoto, Socrate, Platone, Aristotele, e altri ancora che oggi punteggiano qualunque testo scolastico e disciplina del sapere. La loro riflessione li portò a chiedersi fondamentalmente qual è il fine ultimo dell’uomo: insomma, “che viviamo a fa’ ”, e soprattutto cosa dobbiamo fare per viver bene. Su un fatto erano tutti d’accordo: il fine dell’uomo è quello di raggiungere la felicità, la serenità, o quello che oggi da più parti torna ad essere quasi uno slogan alla moda: il ben¬essere. Ora, il benessere, nulla aveva a che fare con la ricchezza, o con la capacità di possedere cose, di consumare beni, tantomeno di accumulare potere. Il fine dell’abitante della polis era quello di essere un buon cittadino e di ricercare la saggezza e la conoscenza, uniche vie per una vita giusta e felice.
La struttura stessa della città era pensata in quest’ottica, si pensi alla funzione politica e sociale dell’agorà, dei templi, o al rito collettivo del teatro. Le case degli ateniesi erano invece semplici e arredate in maniera essenziale. Gli ateniesi amavano incontrarsi nell’agorà per discutere di politica, frequentare i teatri per assistere a rappresentazioni, danze, canti, e, attraverso la fruizione artistica, curarsi catarticamente dei mali dell’anima. Spesso si riunivano in banchetti per discutere, aiutati da un buon vino (ma non troppo, altrimenti lo stordimento avrebbe annebbiato le loro menti), i temi di grande importanza.
L’ingegno dei pensatori greci aveva come obiettivo la comprensione dell’uomo e la conoscenza, al fine di perseguire una vita degna di essere vissuta. Per far questo la struttura sociale, e quella della filosofia da loro prodotta, era più orientata verso un “ozio creativo” che non verso l’attivismo, la competizione, l’accumulo di denaro e di ricchezza. Il troppo impegno dedicato al lavoro era visto come una perdita di tempo, e gli uomini che per necessità non potevano esimersi da tali attività potevano essere esclusi dalla partecipazione alla vita politica poiché non potevano dedicare il giusto tempo allo studio ed alla riflessione, e quindi potevano facilmente cadere in errore. (…tra parentesi, per usare l’ironia tanto cara ai greci stessi, occorre ricordare che i 30.000 abitanti di Atene erano mantenuti dai circa 28.000 schiavi che lavoravano ad Atene o nei dintorni, per il loro sostentamento quotidiano…).
1 L’articolo è tratto dall’intervento dell’autore alla trasmissione radiofonica Raiduedinotte del 1/9/2007.
2 – Ozio e creatività
Come ricorda De Masi nel bel libro “La Fantasia e la Concretezza” (Rizzoli, Milano, 2003), non dobbiamo farci forviare da questo dato: oggi noi abbiamo macchine, elettrodomestici, robot, computer ecc, che producono per ognuno di noi molto più che gli otto schiavi a testa di ogni cittadino della polis.
Certo la felicità è ormai un tabù, flatus vocis delle filosofie orientali, sogno presto infranto delle debuttanti ottocentesche che anelavano al principe azzurro, meta irraggiungibile dello yuppie rampante che spera di raggiungerla col danaro, col potere o con i consumi eccessivi a lui solo concessi, o di tutti coloro che passano il sabato nel centro commerciale immersi in migliaia di potenziali beni da consumare. Eppure è luogo comune credere che il pensare di adoperarsi per una vita felice sia la dolce illusione tipica di società ormai sepolte dal tempo.
Anche chi, come noi, si occupa di formazione di risorse umane, non userebbe mai termini come felicità, che vengono traslati in equilibrio personale, soddisfazione, serenità, il più audace “ben¬essere”. Ma il discorso ci porterebbe lontano….
Rimanendo alla funzione dell’ozio, come ci ricorda De Masi, i personaggi creativi ¬per la precisione i gruppi di lavoro più creativi ¬amavano spesso prendersi lunghe pause di riflessione… diciamo pure d’ozio. Pare che Crick e Watson, gli scopritori del D.N.A, interrompessero ogni giorno i propri esperimenti per andare a giocare a tennis o per vedere un bel film al cinema; e questo anche nei giorni precedenti la grande scoperta del codice genetico. Il gruppo romano capeggiato dal fisico Enrico Fermi, che nel laboratorio di via Panisperna poneva le basi per la ricerca sulla fisica nucleare, ogni tre mesi aveva diritto a 10 giorni di vacanza. Certo, per poter oziare bisogna essere in qualche modo addestrati, lo stesso Aristotele ricorda come l’educazione dei giovani studenti debba essere un’alternanza fra lo studio (che andrebbe comunque affrontato sotto forma ludica) e altre forma di conoscenza, quali la danza, la musica, il teatro, importanti quanto la matematica e le scienze in genere.
In effetti la discussione e il confronto permettono di allargare la visuale, così come l’interesse per argomenti non strettamente inerenti al nostro ambito professionale permette il pensiero divergente e la creatività. Viceversa, il rincorrere con determinazione il potere e la carriera senza mai distogliere lo sguardo da essi, può indurci in situazioni altamente stressanti e proiettarci in un “tunnel cognitivo” che impedisce di fatto l’originalità e la creatività, con il rischio di farci sprecare più energie di quelle necessarie. E’ chiaro che l’ozio creativo non va confuso con l’annichilimento davanti a programmi televisivi inconsistenti che hanno lo scopo di tenerci attaccati al video in attesa di un’informazione che ci dia una qualche soddisfazione, o in attesa della pubblicità (scopo primo e ultimo della TV). Insomma, non si tratta di perdere tempo, ma di sfruttarlo a nostro beneficio… d’altro canto ¬direbbe qualcuno ¬il tempo è l’unica risorsa che ci rimane.
3 – Per una riabilitazione dell’ozio nella cultura organizzativa
Tuttavia occorre fare delle distinzioni. Molte persone dichiarano di dedicare molto tempo al lavoro, e certo lo fanno per scelta, avendo una grossa motivazione che li spinge a investire quasi tutto nel proprio lavoro, poiché esso è percepito come una forma di conoscenza, è proprio ciò che hanno sempre sognato di fare. Il famoso biologo evoluzionista e paleontologo Steven J. Gould sosteneva che la maggior parte dei bambini da grandi desiderano fare due cose: o l’astronauta o il cacciatore di fossili di dinosauri. Lui si riteneva un uomo felice perché era riuscito nella seconda impresa. Il grande attore Vittorio Gassman, interrogato sulla sua professione, soleva rispondere solennemente: ¬..beh.. sempre meglio che andare a lavorare...¬. La battuta suscita sempre molta ilarità, ma occorrerebbe “catarticamente” chiederci il perché. Tuttavia il nostro benessere non è soltanto attribuibile al tempo del lavoro: esso deve essere valutato osservando nella sua totalità il tempo che ogni persona dedica alla sfera degli affetti e come impiega il tempo libero, cioè i momenti dello svago, dello sport, della formazione personale.
Per tornare al mondo del lavoro, la prima regola è cercare di seguire i propri talenti e le proprie aspirazioni, ma spesso la totale sovrapposizione di questi due aspetti è impossibile. Entra allora in gioco quella che viene definita “la cultura organizzativa”. Un’organizzazione che al proprio interno cerca di creare una cultura della relazione, della comunicazione.. oserei dire della “comprensione” del giusto modo di lavorare in gruppo, facilita la gestione dello stress e del burn¬out. Non c’è niente di peggio che sentirsi isolati e non vedere riconosciuto dai colleghi, o dal cliente, o dai nostri datori di lavoro, il risultato del proprio lavoro. Senza il giusto riconoscimento anche le motivazioni più forti rischiano di annichilire lasciando spazio alla routine ed alla demotivazione.
Così anche l’esercizio della leadership deve essere posto al servizio del benessere del gruppo e delle persone che dipendono dalle scelte del leader, e non deve essere valutata solo come leva in funzione del raggiungimento di obiettivi di produzione ed economici molto elevati.
La pressione dell’azienda e dei suoi leader suoi dipendenti deve essere proporzionata alle risorse effettive in termini di energia e di possibilità del lavoratore, e spesso la pressione non fa altro che annichilire la creatività e ridurre le capacità e le energie dei suoi uomini. Così le giornate lavorative di 15 ore, che non sono la conseguenza di un’emergenza inattesa, ma sono ormai semi¬quotidianità, non aiutano a risolvere i problemi con soluzioni nuove, ma generano stress e possono portare a risultati molto negativi per l’individuo e per l’organizzazione. Talvolta paiono più una forma di controllo della persona e del suo tempo che non un’effettiva esigenza organizzativa.
4 -Conclusione
Esistono oggi molte forme di intervento formativo nelle organizzazioni, finalizzate a migliorare il clima e l’efficienza dei gruppi e basate su attività ludiche: citiamo ad esempio l’out¬door, giochi che prevedono l’impegno fisico all’aperto in grado di stimolare la leadership, la creatività, la coesione dei gruppi di lavoro; o le metodologie narrative, che permettono alle persone di ripercorrere il proprio percorso lavorativo o di vita attraverso l’autovalutazione della narrazione, scritta e orale, condotta con il gruppo e il formatore. In questo modo si suscitano quelle forti emozioni che possono essere ri¬orientate a livello motivazionale.
E’ vero… a qualcosa gli ateniesi stessi rinunciavano, per esempio le loro case non avevano lussi, ma essi sostenevano di avere tutto ciò di cui avevano bisogno, e mettevano l’ozio creativo e il gioco al vertice del loro sistema di valori: tuttavia non dobbiamo dimenticare che il computer sul quale sto scrivendo, il mondo virtuale di internet, la scienza in genere, nascono proprio dalle riflessioni scientifico¬filosofiche di quegli uomini. E le Olimpiadi, le grandi riflessioni sulla felicità e il benessere, la passione politica che oggi come ieri trascinano più o meno consapevolmente l’uomo, furono pensate ed elaborate nell’arco di cento anni o poco più dagli uomini cresciuti ed educati in una piccola città del Mediterraneo, che pensavano che l’ozio e il gioco fossero una componente fondamentale della vita poiché fonte di felicità ¬e in un certo senso fine della vita stessa.
venerdì 21 settembre 2007
Ozio e conoscenza
Pubblicato da
Ezio Bianchi
alle
06:06
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